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  • May 24 – 26, 2013: A Six-Concert Weekend in Birmingham, UK

    Friday, May 24, 2013 In concert

    BEAST present the six-concert week-end series Vanishing Point on May 24-26, 2013 at the CBSO Centre in Birmingham (England, UK). 25 works are on the programme, including those by Pierre Alexandre Tremblay, Constantinos Kontos, Andrew Lewis (the 20th anniversary of Scherzo), Louise Rossiter, and Erik Nyström. The guest performers are Nuno Aroso, Heather Roche, and Beth Higham-Edwards.

    Nicolas Bernier in Digicult

    “Ars Electronica Prix – Nicolas Bernier: tra frequenze e dicotomie”, Donata Marletta, Digicult, May 21, 2013
    Tuesday, May 21, 2013 Press

    Nicolas Bernier è uno degli artisti più interessanti e raffinati della scena contemporanea. La sua opera frequencies (a) è stata premiata due giorni fà con il prestigioso Golden Nica per la sezione “Digital Musics and Sound Art” dal festival Ars Electronica.

    Nicolas è un artista del suono che lavora con strumenti meccanici e digitali. Le dicotomie sembrano descrivere al meglio la sua produzione artistica: digitale / organico, tradizione / sperimentazione, cerebrale / sensoriale, meccanico / elettronico. Le sue creazioni artistiche e collaborazioni sono varie; è anche membro di Perte de signal, un collettivo e centro di ricerca sulle arti multimediali situato a Montreal, e candidato al PhD in arti sonore presso la University of Huddersfield (Regno Unito).

    Il Golden Nica è stato l’occasione per intervistare Nicolas sui suoi ultimi progetti e la recente performance dal vivo di frequencies (a) presentata durante l’ultima edizione dell’Elektra Festival di Montreal, direttore dall’artista e curatore Alain Thibault

    Donata Marletta: Mi puoi parlare della performance sonora frequencies (a)? Quali sono state le fonti d’ispirazione per questo tuo lavoro?

    Nicolas Bernier: L’idea di lavorare con i diapason mi venne un po’ di tempo fa mentre stavo cercando un modo per integrare toni stabili nelle mie performances sonore che erano per lo più basate su rumore e oggetti. Stavo cercando di evitare l’uso di strumenti musicali tradizionali come elementi tonali. Poiché ho sempre lavorato con oggetti obsoleti, e che spesso mi soffermo sulla relazione tra musica, suono, vecchia e “nuova” tecnologia, l’uso del diapason mi sembrava perfettamente logico. Lo era perché il diapason in passato è sempre stato uno strumento scientifico di precisione, perché è il simbolo della musica tonale, ma soprattutto perché produce un suono che è vicino alla sinewave (onda sinusoidale) pura, uno dei primi suoni utilizzati nella composizione di musica elettronica. A quel punto iniziai una collezione di diversi tipi di diapason, dai pre-440hz del IX secolo ai più recenti, usati in campo medico. Portavo con me i diapason ovunque (a quel tempo stavo facendo un po’ d’improvvisazione) e quindi realizzai un primo album usando i diapason (strings.lines, 2010, Crónica).

    Gradualmente fui ossessionato da quest’oggetto che diventò il mio strumento musicale principale. Ancora non ero del tutto soddisfatto perché, attraverso la gestione manuale dei diapason, non potevo essere preciso come avrei voluto. Da questa esigenza mi venne l’idea di automatizzare i diapason.

    Donata Marletta: Recentemente hai presentato frequencies (a) al festival Elektra di Montreal. Come hai organizzato l’allestimento della performance dal vivo? Che tipo di strumentazione hai utilizzato?

    Nicolas Bernier: Per questa performance il festival Elektra mi ha fornito la condizione più ideale che potessi immaginare: una piccola sala (100 persone al massimo) unicamente dedicata alla presentazione di frequencies (a) per tre giorni di fila. Questo è davvero un lusso poiché di solito i festival di musica elettronica sono alquanto schematizzati: una grande sala, un grande schermo, poco tempo per sistemare le apparecchiature in base ad un nuovo ambiente. C’è una ragione per tutto questo, non è una critica, ma il fatto è che alcuni lavori hanno bisogno di condizioni diverse. Questo è il caso di frequencies (a) in quanto non è stata costruita secondo un formato standard per la presentazione, ma secondo i bisogni specifici della performance stessa. Poiché l’opera ha a che fare con oggetti di dimensioni ridotte (i diapason, piccoli solenoidi, suoni delicati, precisione), il pubblico ha bisogno di stare molto vicino all’opera. È stata creata secondo il principio dell’intimità piuttosto che della grande spettacolarità.

    Per quanto riguarda la strumentazione, con l’aiuto di Laurent Loison e Olivier Lefebvre, abbiamo costruito delle piccole strutture in acrilico che trattengono i diapason e i solenoidi, usati per attivare i diapason. Ognuna di esse è collegata ad un microfono e ad un flusso di luce generato dal tavolo luminoso appositamente progettato sul quale sono collocate. Il tavolo inoltre nasconde la parte elettronica (usb / scheda dmx). Tutto il voltaggio inviato alle luci e ai solenoidi è trasferito attraverso la scheda dmx. Il resto è una questione di composizione, di organizzazione delle sequenze audiovisive in sincrono, che gestisco io dal vivo con Ableton Live e Max For Live.

    Donata Marletta: Trovo davvero affascinante il modo in cui riesci ad abbinare strumenti analogici e digitali. Come ti poni rispetto a questi due elementi contrastanti?

    Nicolas Bernier: Questa relazione tra l’elettronico e il meccanico / fisico è stato l’elemento scatenante che mi ha fatto venire voglia di lavorare nel campo delle arti elettroniche. Oggi il dialogo tra questi due elementi è totalmente fluente ma 10 o 15 anni fa, all’apice della laptop performance, quella combinazione era estremamente attraente in quanto la maggior parte dei lavori erano o esclusivamente digitali oppure non lo erano affatto.

    Da allora il mio lavoro ha sempre fatto affidamento sull’uso di elementi fisici processati da un computer. Lo stimolo per un’idea o un progetto viene sempre dal mondo fisico ma il modo in cui voglio presentare l’idea richiede abilità al computer. Per me la cosa più importante è l’equilibrio tra gli elementi, cercando di non precipitare sia nel completamente “naturale” e neppure nel completamente “digitale”. Io credo che non si dovrebbe distinguere tra il naturale e il virtuale / artificiale. Tutto è collegato e comunica reciprocamente, tutto è processato in un modo o nell’altro. Per esempio, l’azione di innaffiare una pianta può essere vista come un processo artificiale.

    Donata Marletta: Hai una varietà di lavori e collaborazioni molto differenti, dalla danza, teatro, post-rock alle arti visive, performances sonore e musique concrète. Mi puoi dire quali sono i tuoi punti di riferimento principali e le tue “muse ispiratrici”?

    Nicolas Bernier: Sono profondamente interessato alle arti e non capisco perché esistano delle “categorie”, se non per ragioni politiche e storiche. In ogni caso, non posso dibattere sul fatto che il mio mezzo principale è il suono e probabilmente resterà sempre questo. Il mio interesse si ferma ovunque, ed offre una molteplicità di influenze al mio lavoro. Quando sono colpito da qualcosa, non mi chiedo a quale categoria faccia parte. È la stessa cosa quando creo, faccio quello che sento di dover fare, senza chiedermi se la cosa rientra in una categoria o in un’altra. Questo è il motivo per cui, anche se il mio mezzo è il suono, spesso mi interrogo sull’aspetto performativo, teatrale, gestuale, visivo e, ovviamente, musicale.

    Per questi motivi le mie muse sono ovunque. Tendo a preferire le persone che mi stanno vicino. Denis Marleau e Stéphanie Jasmin sono direttori di palco con i quali ho lavorato e che hanno avuto una forte influenza sul modo in cui percepisco le arti dal vivo. Olivier Girouard, Jacques Poulin-denis, Martin Messier e tutti gli artisti di Perte de Signal (un centro gestito da artisti di cui sono membro), sono tutti cari amici che mi hanno ispirato.

    Se dovessi fare dei nomi, direi: Jim Jarmusch, Pierre Schaeffer, Marcel Dzama, Karl Lemieux, Janet Cardiff, Wong Kar-wai, FW Murnau, Karlheinz Stockhausen, Luc Ferrari, Francisco Meirino, Ryoji Ikeda, Hermann von Helmholtz, Sol LeWitt, Alain Bashung, Zimoun, Portishead, Chris Salter, Vilém Flusser, Jacques Rancière, Marc Ribot, Wes Anderson, Sébastien Roux, Carl Andre, Arnaud Fabre, Jean-Pierre Gauthier, The Dillinger Escape Plan, William S Burroughs, Dan Flavin, Mark Fell, Gilles Gobeil, Herman Kolgen, Robert Lepage, Pe Lang… ovviamente questo è quello che mi viene in mente al momento.

    Nicolas Bernier in SOCAN

    “Prestigieux prix de musique électronique attribué à Nicolas Bernier”, SOCAN, May 17, 2013
    Friday, May 17, 2013 Press

    Nicolas Bernier, compositeur de musique électronique membre de la SOCAN, vient de voir son œuvre frequencies (a) couronnée du prix Golden Nica de la catégorie «Digital Musics and Sound Art», dans le cadre du prestigieux concours Prix Ars Electronica, une des plus hautes distinctions des arts numériques.

    Le prix a été annoncé le 16 mai dernier, et le gala aura lieu à Linz en Autriche en septembre prochain. Pour connaître les détails du festival et les autres lauréats du concours, consultez son site web — www.aec.at.

    Nicolas Bernier, né en 1977 et qui vit à Montréal, crée des installations sonores, de la musique concrète, électronique et post-rock en plus de travailler pour d’autres formes d’art comme le théâtre ou la danse. Il étudie également au doctorat à l’Université de Huddersfield, au Royaume-Uni, sous la direction de son compatriote et membre de la SOCAN Pierre Alexandre Tremblay et de Monty Adkins. Consultez son site web — www.nicolasbernier.com — pour la liste de ses activités et de ses spectacles.

    … une des plus hautes distinctions des arts numériques.

    Annunciations in Liability Webzine

    “Chronique”, Fabien, Liability Webzine, May 14, 2013
    Tuesday, May 14, 2013 Press

    Alors que le slam a éclaté à la face du monde et pas forcément pour le meilleur (c’est le moins que l’on puisse dire) on a tendance à oublier l’importance du spoken word, mouvance antérieure et qui compte en son sein de grands noms comme Gil Scott Heron, Lydia Lunch, Timothy Leary, Jello Biafra ou plus récemment Saul Williams. En fait, le spoken word a encore beaucoup d’adeptes mais il reste encore sous exposé et sous-estimé. Il faut dire, que bien souvent, le spoken word s’engage souvent sur les voies du domaine expérimental ce qui rend les choses tout de suite plus difficiles mais pas moins passionnantes. Fortner Anderson est quelqu’un qui est de cet ordre et qui est connu pour ses performances ainsi que pour son statut sur la scène montréalaise. Bon nombre de ses textes et de ses performances ont été gravé sur disques et Annunciations en est la dernière illustration. Un bel objet d’ailleurs puisque ce triple album est accompagné d’un livre qui est, lui, vendu séparément. Annunciations est tourne autour de trois poèmes qui sont basés sur des textes provenant de la NASA, de l’ONU et de la base militaire de Guantanamo. Pour donner un accompagnement sonore, voire une transformation de la voix de Fortner Anderson, on a fait appel à plusieurs compositeurs de musique concrète et électroacoustique. Chaque pièce (9 en tout et 3 sur chaque disque) est traité par un de ses compositeur avec, pour eux, une totale liberté de choix quant au à la forme qu’ils souhaitaient apporter aux efforts vocaux d’Anderson. Parmi eux, on peut citer des gens qui ont déjà une certaine notoriété comme Nicolas Bernier, Alessandro Bosetti ou Ned Bouhalassa. De fait, le résultat est assez inégal mais on a essayé ici de garder une certaine cohérence en équilibrant les forces sur chacun des disques. Il est à noter que dans le dépliant du disque chacun des compositeurs explique sa démarche par rapport aux textes d’Anderson ce qui permet de comprendre les différences entre chaque morceau. Il n’en demeure pas moins que le point commun à toutes ces lectures électroacoustiques est le minimalisme abstrait de chacune des pièces. Au-delà de cela il y a bien sur la voix de Fortner Anderson, froide, saisissante et profonde. Annunciations n’a rien de «musical» à proprement parlé mais il reste une belle illustration de ce que l’électroacoustique peut produire de mieux. L’association de Fortner Anderson avec ces différents compositeurs est une réussite qui n’est certes pas accessible à tous mais qui est largement satisfaisante pour ceux qui y sont initiés. (note: 7.5)

    L’association de Fortner Anderson avec ces différents compositeurs est une réussite

    Formes audibles, Greffes in Blow Up

    “Acusmatica”, Massimiliano Busti, Blow Up, no. 180, May 1, 2013
    Wednesday, May 1, 2013 Press

    Sin dagli anni sessanta la sperimentazione sonora legata alla musique concrète si è rivelata uno spazio congeniale alla sensibilità femminile e il numero delle compositrici che oggi operano in quest’ambito appare sempre più numeroso, come testimoniano le recenti uscite di una delle etichette più rappresentative nel settore, la empreintes DIGITALes. Monique Jean, canadese classe 1960, attiva da tempo nell’ambito della musica per film e della sound art, in Greffes anima un mondo magico che è già perfettamente definito dall’acusmarìca pura di Givre, la lunga composizione iniziale creata per dodici performance site-specific del coreografo Tedi Tafel sul ciclo delle stagioni, un’evocativa rappresentazione del risveglio della ntura nel mese di Marzo in cui l’energia vitale inizia ad animarsi Sotto la coltre dei ghiacci. Ad essa si affiancano tre brani basati sullo studio di altrettanti strumenti, in cui il sassofono di André Leroux libera anelli di suono che si scompongono in effetti caleidoscopici (Ricochets), la chitarra di Tim Brady genera architetture fantastiche grazie a un brillantissimo processo di elaborazione in studio (Misfit) e il clarinetto di Lori Freedman si trasfigura in un’avvolgente nebulosa di drones e de!ays (low memory #1). Materia elettroacustica purissima, suggestiva, iridescenre, perfettamente bilanciata.

    Manuella Blackburn, inglese di Londra, è invece una giovane compositrice (del 1984) che utilizza una materia sonora più fragile e sfuggente, meditativa (l’atmosfera da giardino giapponese evocata da field recordings e strumenti tradizionali in Karita oto), mutevole (le elaborazioni timbriche di Spectral Spaces) e vagamente ironica (l’uso degli utensili da cucina in Kitchen Alchemy). Il suo Forrmes audibles è un mìcro-universo ricco di sfumarure e sorprese in cui si apprezza l’estrema varietà dei contenuti e la profondità di una ricerca che con lucidità riesce brillantemente ad eludere la routine accademica.

    … come testimoniano le recenti uscite di una delle etichette più rappresentative nel settore, la empreintes DIGITALes.
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