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  • Front in Revue & Corrigée

    “Critique”, Julien Jaffré, Revue & Corrigée, no. 59, March 1, 2004
    Monday, March 1, 2004 Press

    Ce jeune duo, cette naissante collaboration trouve comme point de concordance le territoire de Saskatoon, lieu isolé de la province du Saskatchewan, îlot d’humanité perdu au milieu d’un océan de prairie, d’une mer de steppe à l’Ouest de Montréal, géo-référencé au centre du Canada.

    De ce «handicap» géographique, les 2 protagonistes en auront tiré une force et une philosophie qui alimentent l’ensemble de leur œuvre. L’activisme forcené de ces musiciens, leur constance à construire et créer, malgré les problèmes d’éloignements semblent un effort pour abolir les distances et l’isolement.

    En un sens, ils nous rappellent qu’il n’y a plus d’ailleurs, ni de nulle part, que la géographie, l’éloignement ne sont plus des couperets sociaux, mais qu’il existe, dans des coins reculés des centres d’actions multiples, de productions culturelles, sorte de TAZ à la sauce Achim Bay.

    Dans le cas présent, 2 électroacousticiens, qui n’ont pas pris le parti unique d’une musique ambiante, à l’esthétique isolationniste mais d’un agrégat, malstrom de fébriles triturations urbaines, de plages acoustiques, de musiques savantes, d’ambiance introspective pour la majorité façon Kranky voire d’un morceau énergique et dansant façon Donna Summer sur l’intro. Un no man’s land musical où les vibrations ont des échos sonores de terres dénudés de leur enfance. Une symbiose avec leur environnement direct, qui paradoxalement, a énormément à dire et donne envie de partager en leur compagnie leur appétit d’isolement et de solitude, de vie, aussi.

    Une démarche qui invoque la communication, le contact et l’échange. Un désir de combler l’espace par une pleine activité humaine… l’équilibre.

    … malstrom de fébriles triturations urbaines, de plages acoustiques, de musiques savantes, d’ambiance introspective…

    Sings the Blues in Sodapop

    “Recensione”, Luca Freddi, Sodapop, March 1, 2004
    Monday, March 1, 2004 Press

    Per togliere gli indugi, qui di blues non c’è nemmeno l’ombra. Books on Tape è il nome dietro cui si nasconde il losangelino Todd Drootin che dice a chiare lettere, e ci dimostra con la sua musica, che per la propria elettronica sono confluite le anime di un indie rock tra Pixies, Sonic Youth, Pavement, The Fall e la verve strumentale elettro di Kid606 e del vate Aphex Twin, senza dimenticare Neptunes e Timbaland. L’estro c’è, e si sente che le disparate influenze si incontrano in pezzi divertenti, senza strategie ma appunto seguendo gusti personali. Come un artista free jazz dietro le sue macchine combina i campioni con il vezzo di un ragazzino. Tutto è sbilenco e votato al groove. Emerge l’inventiva e la sua spontenaeità soprattutto nelle schegge più rockeggianti, o quelle che si trasformano in mantra ipnotici, nonostante i beat reiterati. Ogni traccia è diversa dall’altra, si può passare da un quasi punk a pezzi alla Amon Tobin, seguendo appunto l’impulso estemporaneo. Suoni già sentiti, alcuni brani che diventano un po’ noiosetti, ma è talmente imbastardito che diventa simpatico, ruspante e giocoso.

    Rumors of War in Sodapop

    “Recensione”, Andrea Ferraris, Sodapop, March 1, 2004
    Monday, March 1, 2004 Press

    Metaxu, ovverosia l’Italia dei tesori sommersi, anche se in questo caso non così sommersi visto che stiamo parlando di Maurizio Martusciello, che oltre alla gloriosa carriera solista vanta collaborazioni con chiunque (Gianluigi Trovesi, Avion Travel, Zu, Roy Paci, Paolo Fresu, giusto per citarne qualcuno) e militanze in progetti come Ossatura, Dogon, Zelle; l’“altro” è Filippo Paolini, ovvero DJ Okapi, di cui bastino la collaborazione con l’“avant-dj” Christian Marclay e la partecipazione stabile a Dogon. Avrete già capito che si parla di fuoriclasse e se siete anche informati saprete pure che questo è il famoso concept-album sulla guerra di cui si era letto qualche tempo fa; quello che forse non sapete ancora è che, a dispetto dei vostri timori sulla pesantezza del lavoro, i Metaxu hanno dimostrato di avere capacità fuori dal comune. Rumors of War nasce fra turntables, campionamenti radiofonici, computer, cassette e CD; ci si potrebbe aspettare il solito lavoro ultra concettuale, dove la melodia non trova nessun modo di svilupparsi, ed invece è proprio qui che i Metaxu hanno sfoderato il colpo di genio: “orchestral glitch music” dice il foglio che accompagna il CD e credo che questo sia l’effetto globale del lavoro. Paralleli a Stephan Mathieu, Tim Hecker, anche se sinceramente Paolini e Martusciello non credo che si affannino a voler somigliare a nessuno. “Mala tempora currunt” e le melodie plumbee di questo disco, cosparse di “glitchume” assortito, non lo nascondono; nulla di catastrofico forse, ma il lavoro è velato di tristezza (e come potrebbe essere diverso un disco in cui ogni titolo si riferisce ad un avvenimento tragico?). La sola Belgrade rende ogni commento superfluo.

    Brilliant Days in Signal to Noise

    “Reviews”, Michael Rosenstein, Signal to Noise, no. 33, March 1, 2004
    Monday, March 1, 2004 Press

    Swiss viola player Charlotte Hug won significant accolades with her solo recording Neuland where use of extended techniques transformed her instrument through evolving sonic variations. On this new duet release, Hug extends the sonic pallet of her instrument even further. Here she is joined by Chantale Laplante, who adds real-time electronic processing to Hug’s viola and electronics for bewitching results. Laplante’s background in electroacoustic composition (including studies with Francis Dhomont and a stint at Ircam) draws Hug’s improvisations in to new territories. The five duet improvisations capture the haunting atmospherics of stretched and echoed textures that hang like gossamer skeins. Much of the time, the use of viola as acoustic sound source is morphed beyond recognition as percussive pops and scrapes plucked and bowed strings are subsumed into constantly shifting electronic layers. Unlike Evan Parker’s collaboration with electronic musicians, there is never a sense of Hug’s viola acting as source material for processing. Instead, the two create dynamic improvisations organized around the mutable placement of sound in a spatial plane, bringing to mind Kaffe Matthews’transformations of architectural spaces. This is music that seems to billow and waft rather than truly progress. The five pieces are clearly edited down from longer performances, and at times the music treads dangerously close to cinematic soundscape, with whooshing electronic washes and creaking, subterranean atmospherics. But there is enough here to draw the listener in, particularly on a piece like the closing Brilliant Arch, with Hug’s sawing string harmonics groaning against the shimmering ground of Laplante’s electronics. Like musicians such as Phil Durrant, Mark Wastell, Nikos Veliotis, and Rhodri Davies, Charlotte Hug is finding new and fertile ground for string instruments in electroacoustic settings. This release is another indication that she is well worth keeping an eye on.

    Charlotte Hug is finding new and fertile ground for string instruments in electroacoustic settings…

    Bleak 1999 in Sodapop

    “Recensione”, Emiliano Grigis, Sodapop, March 1, 2004
    Monday, March 1, 2004 Press

    Tomas Jirku arriva al quinto disco, dopo uscite per etichette prestigiose come Klang Elektronik, Alien8 e Tigerbeat6: il canadese questa volta pubblica per No Type (label di qualità, con dischi di Oeuf Korreckt tra gli altri) un disco in realtà pronto fin dal 1999 come dice il titolo, settantatre minuti tanto omogenei e coesi da far pensare ad un concept album. Investigando con ascolti successivi la convinzione iniziale prende forza: Bleak 1999 è come dice il titolo un disco sulla desolazione, e a giudicare dai nomi dei brani i territori esplorati sono quelli del malessere psichico e fisico, dato che sono composti da psicofarmaci e medicine con tanto di dosaggi in milligrammi scritti a fianco e dati clinici… Musicalmente i sedici brani derivano dalla techno, ma sono ormai così scarni e quasi sempre imballabili, ciò che resta è un’ambient stranita e micidiale, con melodie costruite con echi e campioni vari e accompagnate da un suono delle ritmiche profondissimo, raggelante e ipnotico, tutto a comporre un’atmosfera plumbea che dilaga come se colasse pece nera dagli altoparlanti.

    La copertina con il bordo del piatto del giradischi dalle sfumature inquietanti lascia presagire un ascolto difficile, ma il disco di Tomas Jirku ha soprattutto una eccezionale forza sonora, evita lo scoglio della ripetitività nonostante la notevole durata del disco e lambisce la sinfonia pur nel suo essere scarno ed essenziale: il suo impatto sonoro imponente e la sua maestria non possono non lasciare a bocca aperta.

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